STUDIO DI PSICOTERAPIA


Dott.ssa Daniela Schimmenti
Psicologa Psicoterapeuta sistemico-relazionale

 

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La rabbia nell'infanzia: un'emozione scomoda.

Con questo articolo vorrei affrontare brevemente un tema delicato e spesso sentito come problematico da molti genitori: la manifestazione della rabbia nel bambino. L’intento è quello di fornire alcuni spunti di riflessione che possano aiutare a dare una lettura diversa ad una emozione naturale che come tutte le emozioni umane ha un suo preciso significato e richiede di essere ascoltata e non repressa.

La rabbia, insieme alle altre emozioni fondamentali come la gioia e la paura, emerge già nella seconda metà del primo anno di vita, quindi molto precocemente. Secondo quanto osservato dalla psicologia dello sviluppo, e più in particolare secondo la prospettiva “organizzazionale” (cfr. “Lo sviluppo delle emozioni” di Alan Sroufe), lo sviluppo del bambino avviene in modo integrato e organizzato e ciò vale anche per lo sviluppo delle emozioni. In altre parole, l’emozione è del tutto integrata con gli altri aspetti del funzionamento umano, quali anche la cognizione, lo sviluppo della personalità e lo sviluppo sociale. Non a caso molte delle emozioni umane sono sociali, cioè si esprimono verso un oggetto sociale e vengono riconosciute da un contesto fatto di altri individui. Ciò vale per l’affettività così come per la collera, ma anche per la vergogna, che necessita appunto di un pubblico, o per il senso di colpa, che può svilupparsi solo dopo che siano state interiorizzate delle norme e dei valori sociali. Da un punto di vista evolutivo, si passa dalla presenza di quelli che vengono definiti dalla letteratura come “precursori”, visibili già nel neonato, alle emozioni vere e proprie. La differenza è data dalla capacità maturativa del sistema nervoso centrale nel corso del primo anno di vita, per cui è possibile osservare nel neonato e nel bambino al di sotto dei sei mesi delle reazioni legate più che altro allo stato di attivazione (o eccitamento) e alla possibilità che questa tensione venga scaricata o si protragga nel tempo. Per questo non sembra opportuno parlare di emozioni vere e proprie, le quali al contrario richiedono prima di tutto la capacità di differenziare se stessi da ciò che è fuori da sé, l’ambiente circostante, e quindi l’emergere di una coscienza rudimentale. Successivamente quindi si passa da una reazione quantitativa (lo stato di eccitazione, appunto) ad una qualitativa, fondata sul contesto della stimolazione. Qui subentra quindi il ruolo della cognizione,cioè l’emozione è provocata non dal semplice riconoscimento dell’oggetto ma dalla comprensione del significato. A sua volta il significato può variare in relazione al contesto entro cui il bambino ha sperimentato nel passato l’interazione stessa.

Proviamo a fornire un esempio più dettagliato di questo processo, valido per tutte le emozioni, riferendoci appunto alla rabbia. L’emozione della rabbia è definita come una reazione negativa immediata diretta ad un ostacolo alla realizzazione di un atto intenzionale e, successivamente, ad un certo genere di minacce. Il precursore di tale emozione è osservabile sin dai primi giorni di vita nel neonato immobilizzando la sua testa. La reazione di agitazione che si osserva è dovuta appunto all’accumulo di attivazione causata dal blocco forzato. Alcuni mesi dopo, invece, compare una vera e propria reazione di frustrazione quando il bambino non riesce a portare a termine uno schema motorio già acquisito e consolidato, ad esempio portare alla bocca un giocattolo che riesce a toccare con le mani per poterlo esplorare e conoscere. Infine, nella seconda metà del primo anno di vita compare la rabbia , che è una reazione più immediata e si verifica anche nel caso in cui il bambino fallisca in un’azione mai sperimentata prima. Quindi ciò che farà arrabbiare il bambino è il non riuscire a portare a termine un atto intenzionale, e non l’interruzione di uno schema d’azione già consolidato.

Questi pochi e rapidi cenni hanno lo scopo di mostrare un aspetto forse trascurato nel senso comune quando si pensa alla rabbia, e cioè il suo significato di affermazione della personalità, del proprio essere al mondo come individuo senziente e pensante che esprime una sua volontà.

La rabbia infatti è vissuta come un’emozione “scomoda”, che va quasi tenuta nascosta, dati i suoi effetti potenzialmente dannosi su di sé e sugli altri. Difficilmente pensiamo a quanto può invece essere utile psicologicamente arrabbiarsi in certe circostanze, trascuriamo cioè gli aspetti evolutivi e adattivi della rabbia, non consideriamo che si tratta di una grande energia vitale, che va però gestita nel modo giusto, altrimenti rischia di sopraffare noi e gli altri.

Quando poi ad essere arrabbiati non siamo noi in prima persona ma un altro significativo spesso reagiamo con paura e cerchiamo di prendere le distanze o di metterla a tacere. E’ una reazione normale ed umana, ma spesso le conseguenze di questo comportamento possono, soprattutto alla lunga, essere ancor più negative dell’espressione stessa della rabbia. Per quanto possa essere difficile, sarebbe molto più produttivo un atteggiamento di ascolto, che aiuti a capire le vere ragioni che si celano dietro la rabbia, e che aiuti a contenere e a gestire l’emozione stessa.

Queste considerazioni valgono non solo quando ci troviamo a dover fronteggiare la rabbia altrui, ma anche quando ci confrontiamo con la nostra. Fermarsi a riflettere sui motivi, sui perché, e saperli tirare fuori può aiutare a dar voce ad una parte di noi stessi importante, che probabilmente è stata messa a tacere per molto tempo, per chissà quante valide ragioni, ma che ora chiede proprio di essere ascoltata, e lo fa proprio attraverso la forza della rabbia.

Proviamo ora a pensare a quali sentimenti ed emozioni ci suscita la rabbia di un bambino. Vorremmo infatti fornire alcuni spunti di riflessione su come la manifestazione della rabbia in un bambino possa essere in realtà espressione di una sofferenza legata a dinamiche interne alle sue relazioni significative.

Innanzitutto è il caso di fare da subito alcune distinzioni e precisazioni.

Le esplosioni di rabbia e di comportamenti oppositivi in un bambino intorno ai due anni sono da considerarsi in genere del tutto normali:fanno parte del fisiologico processo di affermazione della propria personalità accompagnato a questa età da un senso di onnipotenza e di egocentrismo tipicamente infantile, che deve gradualmente imparare a confrontarsi con i limiti e le regole impartite dai genitori e dal contesto sociale più in generale. Alla fine di questo lungo e faticoso (sia per il bambino che per i genitori) processo di sviluppo, le regole e i divieti, ciò che è lecito fare e ciò che non lo è, saranno interiorizzati dal bambino, entreranno a far parte del suo mondo interiore, guidandolo nei suoi comportamenti e nelle sue relazioni con il mondo esterno.

Tuttavia, anche in questa fase è molto importante l’atteggiamento che assumono i genitori di fronte alle esplosioni di collera del proprio bambino. Il difficile compito che spetta loro è infatti quello di riuscire a “sintonizzarsi” adeguatamente con le emozioni del bambino e capire quando è il momento di cedere ad un sì, e quando invece, nonostante tutte le strategie messe in atto per farli cedere, è necessario mantenersi fermi nelle proprie posizioni.

Come genitori sappiamo tutti quanto queste “strategie” possano essere ben attuate: pianti interminabili, richieste di consolazione, comportamenti che ripetuti nella quotidianità risultano francamente snervanti. Ma se è vero che non ci sono ricette universali e che ogni situazione va considerata con le sue peculiarità, è anche vero che bisogna comunque sforzarsi di mantenere una coerenza con se stessi e con l’altro genitore. Banalmente, se oggi diciamo no ad una cosa, quel no dovrà restare tale anche nei prossimi giorni, nonostante la stanchezza e lo stress, e dovrà essere un no sostenuto da entrambi i genitori. Questo consente al bambino di non sentirsi confuso e facilita quel processo di interiorizzazione delle regole che abbiamo accennato sopra. Non solo, ma permette al bambino di confrontarsi anche con emozioni negative, quali soprattutto la frustrazione e la delusione, emozioni con le quali dovrà prima o poi fare i conti nel corso della sua vita, e che pertanto è fondamentale che impari a sperimentare e riconoscere e quindi a gestire. Quando si è così piccoli il riconoscimento da un lato e la gestione dall’altro delle emozioni del bambino passa attraverso le figure dei genitori. Sono loro che possono aiutare il bambino a dare un nome alle proprie emozioni e che possono contenerle e accoglierle, senza esserne sopraffatti. Per fare questo devono loro per primi essere in grado di decifrare le emozioni del bambino, e cogliere quando qualcosa che agli occhi di un adulto può sembrare sciocca è in realtà molto importante per il proprio piccolo. Spesso infatti ci si può sentire spinti a ironizzare sulle reazioni di rabbia o di frustrazione espresse dai figli, magari semplicemente perché da adulti le reputiamo esagerate, e vorremmo restituire con le migliori intenzioni un senso di maggiore leggerezza alle situazioni da loro percepite drammaticamente. Anche in questi casi non vi sono regole assolute o “ricette” da prescrivere, ma solo la necessità di saper ascoltare veramente, di saper empatizzare con le emozioni dei piccoli (e aggiungerei anche dei più grandicelli), e di trovare insieme a loro il miglior compromesso se possibile, o se non lo è di saper spiegare semplicemente le ragioni dei no. Non è detto che vengano sempre capite, ma se si mantiene la coerenza cui abbiamo accennato sopra, ai loro occhi si guadagnerà comunque autorevolezza, e loro non si sentiranno lasciati allo sbando, ma guidati e contenuti anche di fronte alle difficoltà.

Vogliamo ora fornire qualche spunto di riflessione sulle tematiche e le ragioni che possono celarsi dietro la rabbia di un bambino.

La chiave di lettura che stiamo adottando è quella che interpreta la rabbia come una modalità di espressione della sofferenza psicologica o di un disagio, che il bambino sente ma che non è in grado da solo di decifrare, e che anche i genitori fanno fatica a comprendere.

La difficoltà dei genitori è data a sua volta dal fatto che spesso sono proprio i loro comportamenti a causare inconsapevolmente e involontariamente i problemi del bambino. Questo può dipendere da molti fattori. In alcuni casi può essere dovuto al fatto stesso che vi siano delle ferite, dei nodi irrisolti nella storia stessa dei genitori in quanto figli, che ora cercano disperatamente di porre rimedio, di correggere quello che loro hanno sentito come doloroso. L’esempio più comune potrebbe essere “mio figlio non deve soffrire quello che ho sofferto io!”. Quello che ha sofferto il genitore potrebbe essere qualsiasi cosa, ma il punto è che i figli non sono uguali ai genitori, ed anche i loro bisogni più profondi potrebbero essere molto diversi. Facciamo un esempio molto più concreto. Un genitore potrebbe aver sperimentato nella sua storia di figlio la sgradevole sensazione di essere sempre squalificato, di non fare mai la cosa giusta, o che anche quando faceva qualcosa di buono, non lo era mai abbastanza, c’era sempre un qualcosa di più che avrebbe potuto fare. Questo atteggiamento da parte dei suoi genitori di allora potrebbe avere le sue radici anche nelle migliori intenzioni: ad esempio nell’idea di stimolare il figlio a dare il massimo, perché magari lo si vede anche più capace potenzialmente di quanto non lo sia in realtà. Il risultato tuttavia alla lunga è per il figlio la sensazione di non essere mai all’altezza delle aspettative degli altri, e di conseguenza crescerà come una persona insicura, soprattutto quando dovrà compiere delle scelte importanti o avrà delle mete da perseguire. Supponiamo ora che questo figlio insicuro sia oggi diventato genitore. Magari ha una parziale consapevolezza di ciò che non ha funzionato nella sua relazione con i genitori e magari pensa che mai e poi mai suo figlio dovrà sperimentare la sua stessa sofferenza. Allora potrebbe adottare l’atteggiamento contrario, la conferma continua e costante a tutto ciò che il figlio fa, oppure il sostituirsi nell’aiutarlo affinché non debba mai sperimentare il fallimento e la frustrazione che da esso deriva. Ma l’effetto paradossale che si verifica in questo modo può essere da un lato che il figlio cominci a pensare “ma è possibile che tutto quello che faccio sia sempre giusto?”. Può non crederci e sentirsi di conseguenza egualmente insicuro, oppure può crederci, ma confrontandosi con l’ambiente esterno sperimentare che in realtà non sempre ha ragione e non saper gestire la frustrazione che ne deriva. Ancora, il genitore che si sostituisce in tutto e per tutto a ciò che il figlio deve fare gli comunica indirettamente il messaggio che lui non ne è capace e questo figlio crescerà lo stesso con la convinzione di non essere capace, che solo la mamma e papà sono in grado di fare le cose giuste, mentre lui non sarà mai come loro. Alla fine, pur partendo dalle migliori intenzioni e con un intento riparativo rispetto al proprio passato, il risultato sarà comunque quello di non avere aiutato il proprio figlio a crescere sicuro.

Questo non deve far concludere che qualunque cosa il genitore faccia alla fine sbaglia. Il messaggio al contrario è che alle volte il genitore deve imparare anche a non fare alcune cose, a lasciare ai figli lo spazio e il tempo per esprimere le loro personalità, per sperimentarsi e provare e anche sbagliare, ma alla fine saper imparare dagli errori.

Questo voleva solo essere un esempio delle tante ragioni che possono costituire la motivazione profonda e inconsapevole dell’espressione della rabbia. Ovviamente ve ne possono essere molte altre.

Un altro tema interessante con il quale tutti i genitori devono confrontarsi nei confronti dei figli è quello del distacco e di come questo viene gestito da loro e di conseguenza dai figli. Per un bambino in fase di crescita le prime esperienze di distacco dalla figura di riferimento, che è in genere la madre, si verificano intorno ai 15 mesi di vita, quando cioè il bimbo inizia a percepire chiaramente di essere separato dalla madre e non un tutt’uno con lei e contemporaneamente inizia a voler esplorare il mondo che lo circonda. Il distacco è faticoso per entrambi ma anche in questo caso il modo di affrontarlo sarà diverso anche in relazione ai propri vissuti di genitore quando era figlio. I rischi legati a questa situazione possono essere collocati ai due estremi: da una parte non consentire la separazione e il distacco e porsi come l’ombra del figlio, senza consentirgli di sperimentarsi da solo e di esplorare, dall’altra spingere in modo eccessivo all’autonomia, non riconoscendo i reali bisogni manifestati dal bambino, che avrà soprattutto all’inizio la necessità di ritornare ad un porto sicuro parecchie volte in questa fase della sua crescita, e che quindi dovrà sentirsi accolto e mai respinto. Ancora una volta l’unica strategia utile sembra essere l’ascolto reale ed empatico dei bisogni manifestati, ed una buona dose di “elasticità” per gestire le varie situazioni.

Anche il non poter esprimere liberamente sentimenti negativi o dolorosi può nel tempo provocare una forte rabbia, perché anche questi fanno parte del sentire umano, sia dei piccoli che dei grandi, con l’unica differenza che i più piccoli tendono ad esprimerli in modo spontaneo e naturale. Trovare accanto a sé degli adulti in grado di ascoltare anche le cose dolorose o sentimenti quali invidia e gelosia, e di riformularli in un modo che aiuti il bambino a gestirli e ad accoglierli, è fondamentale affinchè nel tempo il bambino stesso accetti l’esistenza di questi sentimenti e non tenda solo a rimuoverli o evitarli per paura che essi possano sopraffarlo o portare a conseguenze catastrofiche. Questo consentirà di aiutarlo durante la sua crescita a sviluppare una personalità non solo più forte ma anche più autentica, perché in grado di accoglieree integrare nel proprio séle parti positive e quelle negative, in altre parole di accettare anche i propri limiti umani senza che questo mini la stima di sé o porti a sentimenti di eccessiva autocritica e svalutazione.

Concludiamo queste pagine, non certo esaustive di un argomento troppo vasto per essere trattato dettagliatamente in questa sede, con una semplice riflessione: alla base del sentimento della rabbia possono esservi svariati motivi, ma tutti in fondo rimandano al sentimento di impotenza davanti a ciò che non va come vorremmo, alla frustrazione derivante dal non sentirsi ascoltati, accolti, compresi, soprattutto da coloro da cui più ci aspetteremmo di esserlo. Se come adulti ci ricordiamo di questo, di come cioè ci siamo sentiti e continuiamo a sentirci ogni volta che questo ci succede, possiamo guardare con un occhio diverso, più attento, più curioso e più empatico, i nostri figli “arrabbiati”, e forse nel momento stesso in cui questo accadrà, la rabbia smetterà di farci paura e di essere “un’emozione scomoda”.